Il primo giorno di lavoro

Avevo appena finito il corso ed ero pieno di buoni propositi. Avevo ripassato tutta la lezione sulla corretta gestione degli alberi, le auxine, le giberelline, la compartimentazione, avevo fatto colazione mentre facevo finta di parlare con Shigo e mi rispondeva pure. Poi la settimana scorsa avevo ritirato io la pensione della nonna, le avevo detto per farle un favore ma poi la spesi quasi tutta da Bambin Sementi confidando nell’Alzheimer. Ci avevo messo due settimane a scegliere l’attrezzatura, stetti sedici ore di fila al telefono a chiedere consigli a tutti gli esperti che mi vennero in mente, finché non mi ritrovai al commissariato con l’accusa di molestie telefoniche.

Per fortuna poi mi rilasciarono, fu più per disperazione, per liberarsi di me e dalle mie incessanti argomentazioni sui carichi di rottura delle corde e dei tagli di ritorno e non perché mi avessero scagionato dalle accuse. Uscito di lì, entrai al bar esibendo la mia scritta a caratteri cubitali “LA GRANDE ARBORICOLTURA” sul giacchetto e senza evitare di fare la faccia di chi la sa lunga sugli alberi, trovai il mio primo cliente. Era un giardiniere, tarchiato, sulla sessantina o meglio faceva il giardiniere di secondo lavoro, lo chiamavano Gigione. Girava per il quartiere con una vecchia ape e teneva sempre in bocca un mozzicone di sigaro mezzo masticato, la sua divisa era lo spolverino da ex bidello delle scuole elementari, la stessa con la quale cucinava la fagiolata del giovedì sera e le macchie sulla pancia ne testimoniavano tutti gli ingredienti. In testa un berrettino da ciclista anni settanta, che poi era anche quello che negli stessi anni usavano i muratori, sponsorizzati da Italcementi. Mi presentai da Gigione il giorno prestabilito e salii con lui sull’ape, gravissimo errore visto che era venerdì e la sera prima, come vi ricorderete aveva fatto la fagiolata. Arrivammo, finalmente, al giardino che ospitava l’albero da potare, passai il tempo del viaggio, diviso fra fervida immaginazione e le apnee, emozionato di salire sul mio primo albero a lavoro, finalmente potevo applicare tutte le mie conoscenze.

Arrivammo e appena scesi dall’ape Gigione mi presentò la sciura Maria, con i bigodini in testa e l’odore di minestrone che arrivava dalla cucina. << Venga venga che le faccio vedere sto mostro d’albero da tagliare, guardi giovane mi faccia un bel lavoro perché sto mostro mi sporca tutto il viottolo e son sempre qui a spazzar via foglie, Dio lo maledica>>. Ma Signora non dica così dissi, fiducioso che le avrei insegnato come sono belli e importanti gli alberi, non sa che gli alberi “fanno l’ossigeno”? E bel par di palle rispose lei secca, mentre camminava davanti a me. Mi girai verso Gigione che mi guardava male e come al suo solito non proferiva parola fra le bestemmie. Non so perché non mi sentivo a mio agio e qualcosa dentro di me cominciava a dirmi che non era proprio la mia giornata. << Ecco qua sto mostro, le tagli via tutti sti rami che almeno ho da far funzionare la stufa>>. Feci un respirone e provai ad aprire bocca ma non usci un sibilo, poi riprovai, mi immaginai di essere di nuovo davanti al commissario e funzionò, cominciai a parlare delle giberlline e dell’ossigeno del protocollo di Kioto e della bomba di Hiroshima, tanto ero nei paraggi, e ovviamente di Greta. Quando finii erano le undici e mezza e mi resi conto che ero rimasto solo, fu una voce ad interrompere il mio monologo, veniva dalla cucina ed era immersa nell’odore di minestrone e mi disse: << Ada te sto sfatigato d’una sottospecie de spassa camino l’è ancora lì a far lezione ai passeri, ma monta su e taglia tutto osti…>>.

Mi rinvenni e preso da terribile imbarazzo lanciai il sagolino, così senza guardare bene con foga e ceca determinazione, sentii lo schianto fragoroso dei vetri che si infrangono, delle urla e tante ma tante bestemmie, troppe bestemmie, strinsi la testa fra le spalle e feci per coprirmi il viso con gli avambracci ma poi tutto si risolse con un <<è bé può capitare>>. Gigione mi guardava sempre più torvo con i forbicioni in mano mentre tosava la siepe, quasi il sigaro non gli cadde di bocca. Quando tutto fu rientrato cominciai a tirare la corda su e cominciai a salire, il minestrone era pronto e la fame si faceva sentire.
Tenni duro certo di saper trovare il giusto compromesso. D’un tratto si presentò un altro personaggio di questa storia anche se non ho mai conosciuto il suo nome, so soltanto che ogni tanto ad intervalli quasi regolari apriva la finestra e proferiva automaticamente la frase “abbassalo dell’altro” ed ogni volta stolzavo e scivolavo. Feci tantissimi tagli di ritorno con il mio super seghetto turboZubart ed a terra c’erano tanti rametti, ero così fiero. Poi arrivò Gigione. Ma che cazzo hai fatto scemo?? Silenzio… poi provai a proferire parola << ma … ho fatto i tagli di ritorno, ho bilanciato…>> ma che hai bilanciato?? Sto par di palle. E giù un altra bestemmia. << Hai fatto l’erba pe i coniglioli (bestemmia)>>. Continuò con tono assoluto . <<Prendi su sta motosega e taglia almeno sti due rami qua sotto, che ci batto sempre il capo>>. Forse ero all’epilogo, con un po’ di compromesso potevo concludere in bellezza… o forse no? Dopo quarantacinque minuti di tentativi la motosega di Gigione alimentata esclusivamente ad olio di colza partì!! Partì come se non volesse più fermarsi avvolta da una nuvola, mefitica di fumo attraverso la quale la coscienza di Greta mi guardava con sguardo di disprezzo cominciai a tagliare, mi feci prendere la mano e non so quando smisi ma quando il fumo si dileguò vidi la sciura Maria che sorrideva come una delle pastorelle di Fatima e tenendosi il grembiule fra le mani disse <<ora si che lè un bel lavur>>. La voce di Gigione mi ridestò dal sogno o meglio dall’incubo, scesi e dissi << sarebbero trecento euri>>. La sciura Maria stava per avere un mancamento ma Gigione eroicamente intervenne, estrasse cinquantamila lire dell’ottantaquattro e me le schiaffo in mano e concluse dicendo <<se vuoi per mancia ci sono anche due calci nel culo>>.
Fine dell’episodio.

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